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Messaggio  marcass il Ven Dic 09, 2011 7:00 pm

Care ragazze,

scartabellando nei miei file, sono riapprodata a una cosa che avevo scritto nel 2008, quando uscì il film "Riparo" di Marco Simon Puccioni. Non so se l'abbiate visto o meno, ma non è comunque su quel film in particolare che vorrei aprire questo topic, quanto sulla rappresentazione e rappresentabilità delle lesbiche nel cinema italiano e magari anche nella televisione...

Saluti saluti...
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Partendo da "Riparo" di Marco Simon Puccioni

Forse è bene cominciare dall’inizio: "Riparo" non è un film su una coppia lesbica, anche se ha cercato sostegno e pubblico nella comunità LGBT con giri di mail inviati dalla distribuzione. Ma ha una coppia lesbica come fulcro ed esemplificazione dei rapporti di potere e giochi di forza che trovano loro più manifesta presenza nello spazio sociale, ma non risparmiano il privato. Solo che Puccioni non è, o magari non è ancora, il Pasolini di "Teorema" o il Fassbinder di "Petra von Kant". In questi giochi di forza, le scene intime fra le protagoniste, in qualche modo poco naturali, cercano di rispecchiare la rigidità di un rapporto ormai reciprocamente unilaterale; ma rivelano d'altro canto il fantasma della famosa Commissione censura (nella puntata di Hollywood Party di Radio Tre in cui Puccioni con Antonia Liskova e Maria De Medeiros promuoveva il film, il regista si è affrettato a dirlo, che ha passato il visto della Commissione, ed è un film per tutti).
In Italia, a farla breve, ci vuole forse prima una cinematografia che affronti senza autocensure un discorso lesbico, che proponga storie anche borghesemente romantiche (di contro al marxiano Konzept di "Riparo"), che faccia film denudati di tutto come "Un amour de femme di Sylvie Verheyde", dove le due protagoniste diventano il film, con delicato tocco intimista che segue la crescita, tenera ed esponenziale, di un amore che d’improvviso s’impone e riscrive la vita, o la girandola anch’essa privata di "Pourquoi pas moi?" di Stéphane Giusti, dove i giovani protagonisti sono tutti serenamente rivelati a se stessi ma i rispettivi genitori lo apprenderanno in un invito a cena con sorpresa.
C’è bisogno di una educazione sentimentale collettiva, di qualcuno che se ne faccia carico, c’è bisogno di un cinema in cui le lesbiche si possano ritrovare e in cui possano venir scoperte e comprese da chi guarda troppi telegiornali con le opinioni vaticane. E se ci sono scene di sesso, non siano date dal fatto che bisogna farle vedere a letto a tutti i costi, le amanti, per andare incontro a voyerismi di vario ordine e grado, salvo poi renderle ridicole per non offendere nessuno (ci si potrebbero scrivere parecchie pagine fitte d’esempi, sul provvidenziale impiego delle lenzuola messe come i braghettoni alla Cappella Sistina). Bisogna cominciare dall’inizio, riprendersi le altezze, che in primo luogo significa libertà di espressione e di parola, e volere ed ottenere qualcosa di più di un film per la tv progettato e fortemente voluto da Lino Banfi come "Il padre delle spose". Didattico e didascalico, pacificatorio nella misura in cui ha riempito il calderone di tutto ciò che poteva stimolare la compartecipazione del pubblico perché parteggiasse per le due donne in forza di uno schema con buoni e cattivi. Bene, giova alla causa, ma non è questa la “cinematografia” di cui abbiamo bisogno.

marcass

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